di Albino Nolletti
(copyright 2004)



Parmenide profeta della globalizzazione?


Antico busto di Parmenide.
In verità le fattezze del volto di Parmenide sono inventate
perché sconosciute, come quelle di tutti i filosofi presocratici. Infatti cronologicamente
il primo filosofo di cui è conosciuto l'aspetto fisico è Socrate.





LA "VISIONE" ED IL RAGIONAMENTO DI PARMENIDE

"Tutte le cose sono uno e quest'uno è l'essere" *

Secondo Parmenide lo spazio cosmico esistente non è illimitato, bensì è una enorme sfera.
Esso è interamente riempito dall’ “essere”. L’ “essere” è la sostanza, unica ed omogenea, che, compenetrando tutte le cose (inclusi noi esseri umani e l’aria) che i nostri sensi percepiscono nel cosmo, costituisce il cosmo stesso. Infatti nella “visione” del filosofo di Elea il cosmo non è composto dalle numerose entità – pianeti, stelle, persone, animali, alberi, fiori, case, montagne, nuvole, ecc., di diverso aspetto e colore, suscettibili di trasformazione, movimento, nascita e morte – che ogni giorno appaiono dinanzi ai nostri occhi, bensì è costituito dall'essere, che è una sostanza unica, eterna, non generata, enorme, limitata, sferica, immobile, non diveniente ma sempre uguale a se stessa, omogenea, isodensa, non divisa in molteplici 'cose' bensì continua.

Dunque: Esiste soltanto l'essere. Questo essere, che è unico, viene percepito dagli esseri umani come "spezzettato" in molteplici cose, da tutte le cose che la nostra vista fallace quotidianamente ci mostra:

"a questo unico essere saranno attribuiti tanti nomi
quante sono le cose che i mortali proposero, credendo che fossero vere,
che nascessero e perissero, che esistessero e non esistessero,
che cambiassero luogo e mutassero luminoso colore" (8, 38-41)


Traduzione letterale:
"esso avrà per nome tutte le cose,
quante i mortali proposero, confidanti che fossero vere,
che nascessero e perissero, che fossero e non [fossero],
che cambiassero luogo e mutassero luminoso colore" (8, 38-41)



Immagine di sinistra. L'essere di Parmenide non è suddiviso in terra, acqua, aria, persone, animali, ecc.; esso è una enorme massa sferica di sostanza omogenea, isodensa, continua, indivisa, sempre identica, immobile, eterna. Esso riempie tutto il cosmo e quindi costituisce il cosmo.

Immagine di destra. Invece la nostra vista percepisce l'essere, la realtà, come costituito da numerose 'cose': terra, mare, cielo, persone, animali, alberi, case, ecc., che nel tempo cambiano forma, colore e luogo, che nascono e muoiono.

Quindi, all’interno di tutte le apparenti “cose” che a noi appaiono separate tra loro e destinate a nascere, trasformarsi e perire, c’è un substrato unico ed immutabile, una sostanza indivisibile ed eterna, che è l’ “essere”. Esso è il fondamento delle apparenti “cose”, esso è la sostanza che permea uniformemente tutto il cosmo. L’universo è costituito da una sostanza continua, è un “continuum” omogeneo, che a noi sembra spezzettato in molteplici “oggetti” di diverso aspetto e colore, suscettibili di trasformazione, movimento, nascita e morte. Se non esistesse l'essere, i nostri sensi non potrebbero percepire le "apparenze" e neppure le apparenze di noi esseri umani e neanche di se stessi, e la nostra mente non potrebbe pensare alcunché, neanche se stessa, non ci sarebbe nulla.

*La dottrina di Parmenide è sintetizzata con queste parole da Aristotele in Metafisica, III, 4, 1001 a 29.
Aristotele ha scritto anche: “Ci sono poi altri filosofi i quali sostennero che l’universo è una realtà unica … questi filosofi affermano che l’Uno è immobile … Parmenide, poiché ritiene che accanto all’essere non ci sia affatto il non essere, necessariamente deve credere che l’essere sia uno; costretto, peraltro, a tener conto delle cose che appaiono ai nostri sensi, e supponendo che l’uno sia secondo la ragione mentre il molteplice secondo il senso, egli pone due cause e due princìpi: il caldo e il freddo, vale a dire il fuoco e la terra; e assegna al caldo il rango dell’essere e al freddo il rango del non-essere” (Metafisica, I, 5, 986 b 18 – 987 a 1).
E Teofrasto, allievo di Aristotele e suo successore nella direzione del Liceo, nel primo libro della sua “Fisica” scrive: “Parmenide ritenne che secondo verità il tutto è uno e ingenerato e sferico, mentre secondo l’opinione dei molti, allo scopo di spiegare l’origine delle cose che appaiono ai nostri sensi, suppose due princìpi, il fuoco e la terra”. Platone nel dialogo “Teeteto” (180 e) scrive: “Melisso e Parmenide sostengono che tutte le cose sono un’unità e che essa rimane stabile in se stessa, non avendo un luogo in cui muoversi”.
E nel dialogo “Il sofista” (242 d) Platone scrive: “La gente eleatica parte dall’ipotesi che ciò che si indica comunemente con ‘tutte le cose’ non sia che una cosa sola”.


Come sono veramente le apparenze

"Apprenderai anche come devono essere interpretate
le apparenze che passano tutte continuamente"
(1, 31-32)
Traduzione letterale:
"Ma peraltro anche queste cose apprenderai, come dovevano
essere veramente le apparenze che passano tutte continuamente"


Quindi, l’essere è un globo uniforme e fermo, all’interno del quale a noi sembra ci siano figure e colori che si muovono; è un corpo enorme all’interno del quale noi percepiamo, come figurine colorate e mobili, le apparenze (persone, animali, alberi, montagne, fiori, fiumi, ecc.).
Le cose che noi percepiamo con i sensi ( "ta dokounta" = le apparenze) esistono, ma non come tali, non come enti singoli, separati tra loro, molteplici e divenienti. Esiste il loro substrato, la loro sostanza costitutiva, che è l’ “essere”: esse sono fatte della stessa unica sostanza, eterna, immutabile ed immobile, mentre a noi sembrano nascere e morire, muoversi e trasformarsi. Tutti questi enti apparenti, inclusa l’aria (infatti l’aria non è il vuoto e pertanto contiene altrettanto essere di quanto ne contengono i corpi solidi e liquidi) sono contigui e senza contorni che li delimitano e perciò continui e sono tutti costituiti da una sostanza unica, da un “continuum” omogeneo che è l’essere.


"L'essere è, il non essere non è"

Poiché l'essere riempie tutto lo spazio esistente ("viene a contatto con i confini": 8, 49) e coincide con esso, al di fuori e al di là di esso non esiste nient'altro.
Ipotetici enti esterni all'essere non possono esistere e non devono neppure essere pensati, perché, trovandosi fisicamente e concettualmente all'esterno della sfera dell'essere, cioè di ciò che esiste, non possono esistere. Ma non soltanto il 'non essere' non esiste all'esterno del globo dell'essere; esso non esiste neanche all'interno dell'essere (sotto l' impensabile aspetto di vuoto, di mutamento di forma, di cambiamento di colore e di luogo, di nascita e di morte).


"L'essere non si trasforma"

Infatti l'essere di Parmenide non si trasforma, non diviene, non cambia mai luogo, rimane sempre uguale ed è eterno. In verità, dal punto di vista logico, se una cosa è oggi diversa da come era in passato, essa non è più la stessa cosa. Se una foglia verde è divenuta gialla, essa non è più lo stesso ente; se un uomo che ha i capelli neri poi li avrà canuti non è più lo stesso uomo; una pianta che forma nuovi rami e germogli non è più quella di prima ma un'altra; e così via. Parmenide ed i suoi allievi ritengono che se l’essere fosse soggetto a trasformazione, a cambiamento, esso gradualmente diventerebbe non essere; infatti le cose, trasformandosi,
a) diventano qualcosa d'altro, di diverso da se stesse, perdendo così la propria identità, la propria essenza: "Se si trasforma, deve perire ciò che prima era e ciò che non è deve nascere: ecco che l'essere perì e il non essere nacque" (Melisso, allievo ed esegeta di Parmenide: 7,2; 8,6);
b) e gradualmente giungono alla morte: "Se l'essere mutasse anche solo di un capello in diecimila anni, andrebbe interamente distrutto in tutta la durata dei tempi" (Melisso 7,2).
Il ragionamento logico ci dice che un ente, per rimanere se stesso, non può mutare e, se non muta, potrà rimanere in eterno.


"La stessa cosa sono il pensare e la cosa pensata"

Poiché l'essere è l'unico ente esistente, esso è l'unico oggetto del pensiero: "la stessa cosa sono il pensare e la cosa pensata" (8, 34), "è infatti la stessa cosa pensare ed essere" (frammento 3). Se non esistesse nulla, non ci sarebbe nulla da pensare. Se non esistesse l'essere, non esisterebbe neanche il pensiero. "Infatti senza l'essere… non troverai il pensare" (8, 35-36). Il pensiero è pensiero dell'essere. L'essere è al tempo stesso ciò che esiste e l'unico oggetto del pensiero.


L’essere di Parmenide è oggetto o è concetto?

Credo che Parmenide sia partito dal ragionamento logico che ho esposto nel mio libro e nel quale non posso dilungarmi qui per motivi di spazio e poi abbia compiuto la fusione tra concetto logico e cosmo, tra pensiero ed essere, tra pensare e cosa pensata. Così nel frammento 8 l’essere – che nei frammenti precedenti rappresentava il concetto logico di esistente, era “ciò che è” in senso concettuale, contrapposto al non essere, cioè al nulla – assume la configurazione fisica di “ciò che esiste nel cosmo”, della sostanza unica ed uniforme costituente il cosmo, fino a coincidere con il cosmo stesso. Infatti vediamo che esso mostra di avere una consistenza fisica: è “continuo” (8,6; 8,25); “Ma poiché c’è un limite estremo, è limitato” (8,42); “viene a contatto con i confini” (8,49); inoltre l’essere è grande, contenuto “nei limiti di grandi legami” (8,26). L’essere di Parmenide è quindi la sostanza corporea unitaria del mondo e contemporaneamente il concetto logico di essere esistente. Nella sua “visione” assolutamente unitaria Parmenide teorizza dunque un ente che è contemporaneamente: fisico-cosmologico: esso è tutto ciò che esiste nel cosmo, e quindi il cosmo stesso; metafisico: esso è la sostanza invisibile che “sta dietro” a tutte le singole apparenti “cose” che quotidianamente percepiamo, costituendole e permeandole; ontologico: è l’unico essere esistente, è “ciò che è”, “to on”; logico-concettuale: essendo l’unico ente esistente, è l’unico oggetto del pensiero; la mente riunifica l’essere, che i sensi avevano erroneamente suddiviso in molteplici cose.


“Vie” e “discorsi” di Parmenide: non esiste un “terzo discorso” (cosiddetta “terza via”)

Nel mio libro ho preferito parlare di discorso sulla Verità e di discorso sulle Opinioni anziché, come spesso si fa, di via della Verità e di via delle Opinioni. Lo stesso Parmenide, quando intende parlare di discorso, usa le parole “logos” (“pistòn logon”=discorso degno di fede: 8,50) e “muthos” (2,1; 8,1); quando vuole parlare di via, usa i termini “odòs”=via (8,1; 8,18) e “odòs dizesios”=via di ricerca: (2,2; 6,3; 7,2). Distinguendo discorsi e vie, ho potuto concludere che i discorsi di Parmenide sono due: quello della Verità, rivelato dalla Dea a Parmenide (frammenti da 2 a 8,50), e quello delle Opinioni, presentato dalla Dea a Parmenide come fallace (frammenti da 8,50 a 19). In conclusione il discorso esistente è UNO, quello della Verità e dell’Essere, perché il secondo, essendo relativo alle apparenze, non è valido. Invece le vie di ricerca sono quattro: UNA esatta (“l’essere è”: 2,3; 6,1; 8,2) e tre erronee (“l’essere non è”: 2,5; “l’essere e il non essere sono la stessa cosa e non la stessa cosa”: 6,8-9; “le cose che non sono esistono”: 7,1).
Alcuni insigni Autori, validissimi traduttori, interpreti e commentatori dei filosofi greci e valenti filosofi essi stessi, hanno ipotizzato un “terzo discorso” nel poema di Parmenide, quello delle “apparenze plausibili”. Essi sono stati tratti in inganno da:
una non completamente esatta traduzione e/o interpretazione dei versi 1,31-32 e 8,38-41;
l’apparente contraddizione tra 8,50-52 e 8,60-61;
il fatto che Parmenide dedichi molti versi (i frammenti 9-19 e le parti mancanti tra di loro) alla descrizione del mondo apparente, che – a parer loro – se fosse “ingannevole” e non piuttosto “plausibile”, non li meriterebbe.
In realtà i versi 1,31-32 sono chiari. La Dea dice a Parmenide che è necessario che egli impari tutte le cose e precisamente:
a) il solido cuore della ben rotonda Verità, cioè l’Essere (discorso sulla verità: frammenti da 2 a 8,50);
b) le opinioni dei mortali, cioè le apparenze, nelle quali non c’è vera certezza (discorso sulle opinioni dei mortali: frammenti da 8,50 a 19);
c) “come” bisognava che fossero veramente le apparenze che passano tutte continuamente, cioè “come” devono essere interpretate le apparenze cui si fa riferimento nel discorso b). IL PUNTO c) ANTICIPA LA SPIEGAZIONE DEL DISCORSO b), contenuta poi in 8,38-41: (“a questo unico essere saranno attribuiti tanti nomi/quante sono le cose che i mortali proposero, credendo che fossero vere,/che nascessero e perissero, che esistessero e non esistessero,/ che cambiassero luogo e mutassero luminoso colore”), NON E’ UN “TERZO” DISCORSO!
Tutto ciò che la Dea dice a Parmenide dopo 8,50-52 “CON CIO’ INTERROMPO a te il discorso degno di fede e la riflessione intorno alla verità: D’ORA IN POI impara le opinioni dei mortali ascoltando l’ingannevole costruzione delle mie parole” è falso, è apparenza. Il fatto che in 8,60-61 la Dea affermi “A te io espongo completamente l’ordinamento verosimile, cosicché giammai qualche opinione dei mortali ti supererà” non significa che i versi 8,53-59 dicano falsità e quelli dei frammenti da 9 a 19 presentino descrizioni “plausibili”: sia gli uni che gli altri sono stati correttamente posti da Diels dopo lo spartiacque di 8,50-52 e sono sempre opinioni umane, sia che appartengano agli altri mortali sia che appartengano a Parmenide, suggeritegli dalla Dea a solo scopo dialettico, come vedremo dopo. Del resto il dualismo (“in questo hanno errato”: 8,54) dei versi 8,53-59 continua nel frammento 9: “poiché, se né l’una né l’altra è presente, c’è il nulla”, ma sempre secondo l’erronea credenza dei mortali! SIAMO SEMPRE DOPO 8,50-52, LO SPARTIACQUE! Nel discorso sulla Verità non c’è posto per il dualismo, né naturalmente per il pluralismo. In Parmenide c’è l’apoteosi del monismo, il suo è un monismo assoluto: uno è l’essere, che viene impropriamente suddiviso dai mortali nelle molteplici cose (8,38-41); una è la mente, che assiste gli innumerevoli uomini (frammento 16) e pensa l’essere (4,2-4; 8,34-36); una è la via (“dalle molte voci” [1,2], dalle molteplici ipotesi, di cui una sola è quella della Verità, dell’essere: “che l’essere è” [2,3; 6,1; 8,2]); e queste “entità”, la mente, la Dea, la via, convergono e sono contenute nell’unico discorso corretto (quello della divina Verità, conosciuta soltanto dalla Dea e rivelata al solo Parmenide); esse, come tutte le altre che percepiamo o immaginiamo, sono manifestazioni dell’essere, sono impregnate della sostanza unitaria dell’essere.

Allora – si chiedono i sostenitori del “terzo discorso” – perché Parmenide dedica tanti versi, tutta la terza parte del poema (dopo il proemio e la via della verità), alla descrizione delle apparenze?
In parte lo spiega la Dea stessa: “cosicché giammai qualche opinione dei mortali ti supererà”. Ella desidera che il suo protetto, in un probabile agone dialettico con altri pensatori, dopo aver esposto la propria teoria sull’Essere, non venga superato dagli altri uomini neppure nella “ingannevole” (8,52) descrizione delle splendide e molteplici apparenze. Parmenide (“l’uomo che sa”: 1,3) intende dire agli altri uomini (“che nulla sanno”: 6,4): io, prescelto dalla Dea, so come è il mondo reale, il mondo dell’Essere conosciuto solo dagli Dei e disvelato soltanto a me, però, se volete che io mi cimenti con voi nel descrivere il mondo come lo vediamo noi mortali, so farlo in maniera più dettagliata e più poetica di tutti voi.
Dobbiamo inoltre considerare che Parmenide ha deciso di esporre la sua teoria filosofica in poesia e non in prosa. Dopo il proemio, suggestivo e poetico, è stato però costretto ad esprimere in versi (ben poco poetici: Parmenide è un grande filosofo, ma non possiede il genio poetico di Lucrezio che fu in grado di trasporre mirabilmente in poesia le teorie filosofiche di Epicuro, tanto che Foscolo definì il “De rerum natura” con le parole “il sovrumano poema di Lucrezio”) dal frammento 2 al frammento 8 pesanti e poco poetiche affermazioni filosofiche sull’Essere. Egli ha ora bisogno assolutamente di concludere il poema diffondendosi ampiamente su qualcosa di poetico, cioè sul mondo delle Opinioni, perché questo, anche se è solo apparente, è molto bello, ricco di astri, costellazioni, esseri umani, raggi del sole, luce riflessa della luna che splende di notte, ecc.
Un altro motivo è verosimilmente il seguente. Parmenide aveva svolto per molti anni, come i suoi predecessori, l’attività di filosofo naturalista, durante la quale aveva conseguito importanti conoscenze e scoperte; probabilmente egli stava raccogliendo le proprie osservazioni e considerazioni sui fenomeni naturali in un manoscritto inedito, destinato ad essere successivamente reso pubblico con il consueto titolo “Perì fùseos”, quando, durante le sue meditazioni sugli “enti” che gli “passavano continuamente” davanti agli occhi, concepì la straordinaria intuizione della dottrina dell’Essere. Sebbene i risultati delle sue speculazioni precedenti fossero quindi stati superati dalla teoria dell’Essere e pertanto declassati da Parmenide stesso al rango di “opinioni”, egli desiderava evitare che essi, e con essi tutto il suo lavoro intellettuale di tanti anni, andassero perduti. Pertanto egli, avendo scritto un’unica opera (non potendo evidentemente scriverne due contenenti teorie contrapposte), ha fatto confluire in essa, nella parte dedicata alle “opinioni”, le conclusioni cui era pervenuto nello studio degli eventi della natura, benché ritenesse ormai che esse non fossero valide. Perciò – come preannuncia nei frammenti 10 e 11 – nei frammenti perduti ha presumibilmente descritto come egli aveva precedentemente ed erroneamente interpretato la natura del cielo, delle costellazioni e della luna, le “opere” del sole e della luna, l’origine della terra, del sole, della luna, dell’etere, della via lattea, dell’olimpo, degli astri, della volta celeste e come essa sostenga le estremità degli astri, nel frammento 12 come siano nate le sfere celesti e l’origine dell’attrazione sessuale, nei frammenti 14-15 come la luna risplenda di notte di luce non sua ma riflessa dal sole, e nei frammenti 16-17-18 come la parte preponderante della sostanza degli organi del corpo umano, quella che li governa e dirige, sia il pensiero, come si formi l’embrione umano e come esso sia collocato nell’utero e cosa accade se i semi della femmina e quelli del maschio non si mescolano correttamente. Ma poi nel frammento 19 conclude ribadendo che tutte queste cose avvengono “secondo l’opinione” e non secondo la verità, e …

...se desiderate approfondire, potete leggere il libro


Finalmente spiegato l'enigma dell' 'essere' di Parmenide Albino Nolletti
"PARMENIDE PROFETA DELLA GLOBALIZZAZIONE?
Che cos'è l'essere di Parmenide:
spiegazione di un enigma filosofico"

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Nella foto di copertina: Porta Arcaica e Porta Rosa ad Elea (attuale Ascea Marina, in provincia di Salerno). In primo piano si vedono i pochi resti della Porta Arcaica (costruita intorno al 500 a.C., quando Parmenide era un giovinetto), sullo sfondo la bella e famosa Porta Rosa (edificata nel 350-340 a.C.).
Esse dividono la strada che congiungeva il quartiere meridionale di Elea con quello settentrionale. Parmenide (515-440 a.C.) vide la Porta Arcaica e passò spesso attraverso essa; probabilmente si ispirò ad essa ed al suo funzionamento nella descrizione della porta nel proemio del poema.





L'autore, nel tradurre il poema di Parmenide, interpreta in maniera originale alcuni brani, principalmente 1, 32 (dia pantoV panta pervnta = che passano tutte continuamente); 6, 2 (mhden = niente affatto); 8, 5 (oude pot' hn oud' estai = non qualche volta era o qualche volta sarà); l'intero frammento 16; ed in maniera particolarmente chiara 8, 38-41 (tvi pant' onoma estai...= esso avrà per nome tutte le cose...). Viene così chiarito in modo conclusivo il ruolo delle apparenze (1, 31-32) e quello del pensiero (fr. 16) e come l'essere si estenda fino a riempire tutto lo spazio cosmico concesso dalla Legge Divina (8, 47-49). Vengono altresì risolti alcuni complessi problemi esegetici che da secoli angustiano gli studiosi del poema (6, 2; 8, 5; 8, 19).
L'ottima traduzione è corredata da una esplicativa ed illuminante parafrasi.
In questo libro l'autore riesce ad "entrare nella testa" del filosofo di Elea, a ricostruire mirabilmente passo dopo passo il procedimento logico da lui seguito nella elaborazione della sua dottrina ed a fornirci l'interpretazione autentica, completa e definitiva del poema.
Leggendo il libro si può non soltanto capire che cos'è l'essere di Parmenide, ma si riesce per la prima volta a "vederlo" davanti a sé esattamente come lo "vide" il filosofo eleate nella sua "illuminazione divina".
Sono inoltre affrontati altri importanti problemi filosofici: il problema dell'infinito, del vuoto, del tempo, del divenire e dell'eternità, dell'origine dell'universo e della nostra esistenza, di Dio, della vita e della morte, del libero arbitrio, della prescienza di Dio, della conservazione della massa e dell'energia, della morte delle stelle.


[ Indice del libro ] - [ Recensione del prof. Arnaldo Di Tommaso ]

Da leggere l'estratto dal libro:
[ IL POEMA DI PARMENIDE: testo, traduzione e parafrasi ]



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"Tutte le altre scienze saranno
più necessarie di questa,
ma nessuna sarà superiore"

Aristotele,
"La metafisica",I,2,983a

 

Anche oggi, epoca della scienza e della tecnologia, lo studio della filosofia conserva un importante ruolo nella formazione e nello sviluppo della personalità umana; questa disciplina infatti indirizza alla razionalità, alla ricerca della verità e della giustizia, alla tolleranza ed ai principi morali. L'uomo, che è entrato nel 3° millennio, e che è destinato a straordinarie conquiste in vari campi, deve necessariamente portare con sé in questo cammino il bagaglio di cultura e di valori faticosamente acquisito nei secoli precedenti.

Il presente libro ha lo scopo di divulgare i concetti essenziali e più vitali del pensiero filosofico occidentale. Il testo, che è forse il più breve, sintetico e semplice del suo genere, è al tempo stesso molto rigoroso. Venticinque secoli di storia della filosofia sono stati condensati in sole 140 pagine. E' stata semplificata, ma non banalizzata, la complessa terminologia usata da alcuni filosofi.

Esso è rivolto sia a chi ha già studiato la filosofia e intenda di nuovo iniziare a coltivarla, sia a chi sente l'esigenza di accostarsi per la prima volta a queste problematiche, accrescendo così la propria cultura, sia a quegli studenti che desiderino una alternativa o una integrazione a testi più voluminosi e più complessi.


INDICE DEL LIBRO

INTRODUZIONE

QUAL E’ L’ORIGINE DELL’UNIVERSO?
Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito

COM’E’ DIO?
Senofane

COM’E’ STRUTTURATA LA REALTA’?
Pitagora
Eraclito
Parmenide
Zenone di Elea
Melisso
Empedocle
Anassagora
Leucippo e Democrito

RIFLESSIONE

ESISTE UNA VERITA’ VALIDA PER TUTTI?
I sofisti: Protagora e Gorgia
Socrate

PLATONE
La teoria delle idee
Platone risolve il problema di essere e non essere, uno e molteplice, immobile e diveniente. Esistenza del non essere.
La teoria della conoscenza
Il mito della caverna
La dialettica
La teoria dell’immortalità dell’anima
La teoria dell’amore
L’anima umana
La politica

ARISTOTELE
La metafisica
Dalle “idee” di Platone alle “forme” di Aristotele
Materia e forma
Sostanza e accidenti
Potenza e atto
Le quattro cause
La teologia
L’anima
L’etica
La politica
La logica

LE QUATTRO SCUOLE DI ATENE. LO SCETTICISMO
Epicuro
Zenone di Cizio e lo stoicismo
Pirrone e lo scetticismo

IL CRISTIANESIMO
Giustino, Tertulliano

IL NEOPLATONISMO. PLOTINO

LA PATRISTICA. SANT’AGOSTINO
Origene
I Concilii di Nicea e di Calcedonia
Sant’Agostino
Pseudo-Dionigi

LA SCOLASTICA. SAN TOMMASO
Sant’Anselmo
San Tommaso

LA NASCITA DELLA SCIENZA MODERNA
Copernico
Galilei

LA FILOSOFIA MODERNA

CARTESIO E IL “COGITO, ERGO SUM”
La ricerca del metodo filosofico
Penso, dunque esisto
Dio esiste
Il mondo esiste
Sostanza pensante e sostanze estese
Differenza tra realtà e sogno

RAZIONALISMO ED EMPIRISMO

IL PANTEISMO RAZIONALISTICO DI SPINOZA

L’EMPIRISMO GNOSEOLOGICO DI LOCKE
Non esistono idee innate. Le idee derivano dall’esperienza
La sostanza materiale e la sostanza spirituale esistono, ma non sono conoscibili
Dio e la realtà esterna esistono

IL RAZIONALISMO METAFISICO-GNOSEOLOGICO DI LEIBNIZ
La teoria della conoscenza
La metafisica
La mente di Dio
L’armonia prestabilita
Le monadi
L’immortalità dell’anima

LO STORICISMO DI VICO

LA FILOSOFIA INGLESE NEL SETTECENTO
L’immaterialismo di Berkeley
L’empirismo assoluto di Hume

L’ILLUMINISMO

IL CRITICISMO DI KANT
La critica della ragion pura
Esiste la realtà esterna? Cosa possiamo conoscere?
La conoscenza sensibile
La conoscenza intellettuale
La critica della ragion pratica
La critica del giudizio
L’estetica
La finalità

L’IDEALISMO
Fichte
Schelling
Hegel

LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA

SCHOPENHAUER E NIETZSCHE, OVVERO IL TRIONFO DELL’IRRAZIONALE
Schopenhauer
Nietzsche

LA FILOSOFIA DELL’ESISTENZA DI KIERKEGAARD

IL MATERIALISMO STORICO DI MARX

L’ESISTENZIALISMO
Heidegger

IL PRAGMATISMO
Dewey

L’ORIGINE DELL’UNIVERSO: LE RISPOSTE DELLA SCIENZA CONTEMPORANEA

BIBLIOGRAFIA


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